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mercoledì 19 ottobre 2016

Sopravvivere insieme

Siamo qui, io e lei. La prima volta in una casa solo per due. La prima volta in una casa solo per noi.
Di fronte alla vita. Senza scuse, stavolta.
Qui la mattina quando ci svegliamo e prepariamo per affrontare ognuno la sua giornata. Qui la sera quando mangiamo e guardiamo la tv insieme.

Insieme.
Ci svegliamo, ci prepariamo, lei esce e io resto.
Lavoriamo, poi lei torna.
E allora cuciniamo, laviamo i piatti, guardiamo un film e poi ci mettiamo a letto, ognuno al sicuro nel suo lato. Non ci tocchiamo, se non culo a culo ogni tanto, così per ridere. C'è rimasto quello, che pure è importante, ma il resto? Non facciamo l'amore e parliamo poco, tra lei che non mi capisce e io che ormai a volte nemmeno più l'ascolto.
Gli argomenti scomodi ci hanno portato ad alzare la voce, poi siamo stati bravi ad accantonarli per andare avanti senza perdere i capelli ed il sonno per la rabbia, spalancando le braccia alla frustrazione un giorno sì e un giorno no. Sogniamo un lavoro migliore, uno stipendio migliore, una casa migliore, vacanze migliori, forse anche partner migliori.

E invece potrebbe essere diverso.
Potremmo smettere di sognare e svegliarci.
Potremmo decidere che è questa "la bella". Potremmo capire che qualunque piscina di prova esige di essere vissuta come l'oceano. Esige apnee, onde imponenti, bonaccia irritante e persino orche assassine con cui lottare per sopravvivere.
Per sopravvivere insieme.

lunedì 2 dicembre 2013

First gag in English

Some time ago, in Italy, I was thinking about my future trip to Australia. In particular, I felt unsure about how I could communicate in English my irony, my intelligence, and so on.

The day before yesterday I had a night out for a Marco's colleague birthday. Her name is Federica.
During the eve, started with a dinner at Star Bar, I met many new guys and girls. One of them, Peter, broke into a conversation I was having with Andrea, Federica's boyfriend.

In spite of Andrea, an Italian guy who has been in Australia for two years at least, Peter is completely Australian. He practices fence with Federica and he broke into our conversation saying something like "Hey guys, stop to speak Italian! Everybody here is speaking Italian and I don't understand a fuck!". He said it smiling, we smiled too and took him into the talk.

I didn't understand first thing he said, so I asked him to speak slower. We talked about Andrea's job as a packaging buyer for one of the greatest supermarket companies in Australia, then we spoke about Peter, then it came to me. All I said were just few words in a very poor and low English. Anyway I was happy because I succeeded in following Andrea's English and, above all, the faster English of Peter. Thet asked me which part of Sydney I visited during the afternoon. I told them about the bay, the Opera House and The Rocks. They asked me if I liked those places. "Yes I did, they are very amazing" I said. So Peter said "Yeah, they're very good places", but Andrea told him that Australian people never seem surprised. "Australian always say things like That's alright" he said. "Yeah, it's true", Peter said. We laughed.

Some seconds after, we were talking about Andrea's and Peter's houses.
Peter said he lives near Bondi, an Eastern Sydney area famous for its beach. Andra said "Oh, Bondi. It's wonderful. Peter confirmed saying "Yeah, it's very amazing". At the moment I suddendly commented this, saying "No. Not amazing. Just alright".
I said it smiling, they smiled too and we continued our conversation.

venerdì 12 aprile 2013

L'orma perfetta dell'infinito

Prima o poi arriva sempre la sera in cui vedo lei per la prima volta,
e capisco che è solo l'ennesima in cui vedo l'altra.

È come un'orma perfetta,
in cui mi sforzo di far combaciare piedi nuovi e sistematicamente sbagliati.

Una delusione, uno scherzo di Dio o del destino,
che si burla delle mie mosse, delle mie emozioni e dei miei pensieri,
dopo avermi innestato l'amore a prima vista, il dubbio e la memoria degli errori commessi.

Si prende gioco e ride di me tutti i giorni,
ma quando arriva quella sera, prima o poi,
io so che guardando gli occhi di lei
accarezzo per un attimo l'infinito,
la percezione di riconoscere l'immagine della donna che voglio,
che amo da sempre,
quella che non smetto mai di cercare.

sabato 16 marzo 2013

In ogni caso



Ci sono persone che quel giorno erano con me, e persone che invece non c'erano ma alle quali ho raccontato a voce com'è andata. Oggi, però, ho intenzione di raccontare di più, di mostrare quello che gli allora presenti non potevano vedere. Per spiegare, forse. O meglio ancora per scoprire anch'io come sono andate veramente le cose quel giorno in montagna.

Quello che ho capito è che al mondo ci sono cose impossibili e cose che SEMBRANO impossibili. Al di là di quanto io stesso ero abituato a pensare, quasi tutte sono del secondo tipo.
È una questione di limiti, di confini estremi delle nostre possibilità: ci convinciamo di non poter superare un linea fin quando non ci ritroviamo col piede lì sopra, e sentiamo di poter fare un altro mezzo passo, fosse anche l'ultimo. A quel punto ci portano solitamente le situazioni estreme, che non piacciono a nessuno e che sono quindi rare, inattese, fuggite come vere e proprie sventure.

Io, invece, quella volta in montagna ci sono andato a nozze, con le sventure. Si è trattato in sostanza di un tentato suicidio, della simulazione di una condizione estrema. Estrema per la mia preparazione fisica e per l'attrezzatura che avevo con me. Estrema dal punto di vista fisico, ma anche psicologico.

Sono partito per una camminata, senza sapere lunghezza, dislivello, nome del sentiero. Senza sapere nemmeno se quel posto, in fondo, esistesse davvero. Poi, poco prima di partire, ho rifiutato di affittare le ciaspole. "Devo espiare non so quale colpa", ho detto.

Alla fine è andata bene, nel senso che ce l'ho fatta, ma durante l'ascesa non tanto il dubbio, quanto persino la convinzione di non farcela si è impossessata di me. È stata la forza di volontà, o meglio ancora la speranza, a portarmi all'arrivo. Nel bel mezzo di un periodo in cui banchetto quotidianamente con l'incertezza, inclusi piccoli spuntini pomeridiani di paura, quella camminata è diventata un sorprendente simbolo di salvezza, attraverso il sacrificio. Un sacrificio vero, pesante, che ho scelto di incontrare e ingigantire, perché per capire se sei Davide - passatemi la metafora solo per quel che riguarda le dimensioni e la forza dei due contendenti - devi sfidare per forza Golia.

Il viaggio a piedi

Ho in mente la fatica e il dolore, il logorio delle energie lungo la piana piena di dune e sommersa dalla neve fresca, pronta a farmi sprofondare un passo sì e tre no fino al ginocchio, sotto i chili inclementi dello zaino.

Cercare di capire come andare avanti senza andare a fondo, provare a trasformarsi in Dio, per camminare sulla più vicina parente dell'acqua, o almeno in un Super Sayan di terzo livello, per volare in un battibaleno verso la cima lontana del monte. Tutto impossibile, in quel deserto di sabbie mobili bianche: uniche oasi di speranza, le rare teste di cespugli di ginepro affioranti.

Ad ogni nuovo passo, tirare fuori il piede dalla neve è più faticoso, le ginocchia e le cosce si fanno incandescenti, mentre mi sforzo di non perdere di vista il resto del gruppo, che mi ha distanziato di molto. Ogni tanto i ragazzi si fermano, si riposano e mi aspettano. Quando arrivo dopo diversi minuti, mi chiedono "come va?", mi dicono "grande", "ti stimo", "ma come fai?". Io non lo so, ma sorrido, col solo effetto di posticipare ancora di più la ripresa del fiato. Poi riparto, spaventato di non sapere quanto sia ancora lungo il cammino, spaventato dall'acqua scongelata che sento da un paio d'ore sul fondo degli scarponi, che pian piano taglia via dalle dita ogni sensibilità.

Alle prime dolci salite, nel bosco fitto di alberi spogli, si fa strada nella mia mente l'idea di non farcela. I piedi sono ghiacciati, e sopra di essi le gambe hanno già speso tutto il loro sudore. La fatica inizia a introdurmi a pensieri più forti, di vita o di morte.

Penso a nonno, andato via un paio di giorni dopo il cambio del calendario. Lui fece la guerra, e durante la campagna greca un medico lo salvò dalla cancrena. Chissà se il suo spirito potrà aiutarmi, mentre la speranza di arrivare alla fine muore a ogni passo e rinasce a ogni albero.

Di fronte alle due impervie salite finali mi sento impotente, inutile. Il sole mi sta abbandonando, spazzato via da un vento forte e gelido che sono sicuro spazzerà via anche me, come una foglia, rimandandomi nel bosco dal quale sono venuto.
Le gambe almeno vanno da sole. La mente le spinge avanti senza ragionamenti, senza pensieri, solo con ordini. "Andate!", dice loro. L'istinto di sopravvivenza ha preso il comando, spodestando la coscienza e rinchiudendola in uno sgabuzzino a doppia mandata. Lì dentro, tra il buio e la polvere, versa lacrime  e vorrebbe solo che il corpo si abbandonasse al vento e alla neve. Spegnere le luci e cedere al buio, sdraiarsi nel bianco e sentire spegnersi tutto, pian piano, lampadina dopo lampadina.
Andare a dormire, anche se fosse per sempre, perché il futuro non ha più alcun fascino, quando il presente esprime l'ultimo desiderio.

Eppure il gruppo è lì, poco più in alto di me e non troppo lontano. Ancora più incredibile, l'ultimo raggio del sole illumina davanti ai miei occhi il profilo del rifugio. È lontano ma esiste. E io posso farcela, a costo di salire a quattro zampe.


Quasi 5 metri al minuto, è questo il mio sprint. Mentre perdo del tutto il contatto con le dita, mentre sento le piante dei piedi urlano come se camminassi su un prato di pugnali, raggiungo due ragazzi. Loro sono stanchissimi e contano i passi a gruppi di venti o cinquanta. Lo faccio anche io, sperando sia il loro segreto. Quando una nube bianca ci inghiotte, continuiamo a contare. Ognuno per sé, sottovoce. Proseguiamo compatti, i primi sono già arrivati e tra poco saremo con loro.

Alla fine ci siamo. Ci sono. E mentre al caldo del sacco a pelo i miei piedi asciugati diventano bianchi e poi neri, mentre sotto coperte e magliette di lana sono preda di brividi che non riesco a fermare, qualcuno mi abbraccia. E io non ho idea di come starò domani, ma so che ci arriverò in ogni caso.

lunedì 10 dicembre 2012

Vibrazioni

Un momento fa ero sul letto, a guardare il soffitto reso appena meno grigio dalla luce della lampada ikea. May it be di Enya andava per la sua strada, quando d'uno tratto l'ho sentita.

Ecco perché mi sono alzato. Perché sono corso qui. Non era una questione di argomenti, ma di movimenti. Quando sei immobile, le tue parole non possono andare da nessuna parte. Quando sei immobile, sei muto. Ma forse sei fortunato ed hai ancora orecchie per sentire.

Stai lì che pensi alle tante storie sulla fine del mondo, e poi d'un tratto la senti. È una vibrazione.
Per un attimo ti ritrovi a trattenere il fiato, un attimo dopo sorridi così dentro che il cuore lo sa, ma il viso non se ne accorge, e un attimo dopo ancora le tue dita, con la pelle più secca del solito, fanno sgorgare fiumi di parole.

Eccola là, la vibrazione. Può essere una melodia leggera di serenità, o un'onda talmente potente da fare invidia a una scossa di terremoto.

Sei tu. E sono felice.
Sono io. E lo sono ancora di più.

Perché forse sono salvo. Forse mi hai salvato, forse mi hai gridato "afferra" e io ho teso la mano prima che fosse tardi, intorpidito in questo antro di calcolo e di calcoli, di lontananza incalcolabile, di silenzio sconfinato. Finché non sei arrivata, sussurrandomi che posso ancora sentire, e che ogni giorno lo devo gridare.

giovedì 29 novembre 2012

Ora tocca a me

Caro amico,
ora tocca a me.

Mentre fuori il nubifragio imperversa, e un altro amico ha appena lasciato la mia stanza, penso che devo scriverti da tanto tempo. Così tanto che mi sembra un'infinità di anni fa, quando hai sorseggiato quella birra con me, appollaiati su quel balcone a scrutare quella piazza afosa che agonizzava ai nostri luridi piedi.

Qui le cose vanno bene, mi do da fare e non ho intenzione di deludere nessuno, tantomeno me stesso.

Non ho una donna, ma ho una casa. E ti dirò, trovarsi nelle condizioni di voler cambiare casa è molto meglio che voler cambiare una donna. Inoltre questa casa, che pure sto meditando di cambiare sia per puro spirito di novità che per alcuni difetti che non avevo notato al mio ingresso, mantiene il pregio di essere sempre qui, quando ho bisogno. E finché porto dietro le chiavi, mi accoglie e mi fa stare al caldo.

Mi manchi. Mi manchi tu e mi mancano gli amici. Per colpa mia, perché non riesco a dosare saggiamente il tempo libero e quello da dedicare ad ulteriori impieghi che mi permettano di sognare di avere un futuro economico lievemente migliore. Incentrarmi su me stesso e i miei desideri è senz'altro l'atteggiamento più autentico ed onesto verso me stesso che posso portare, ma certe volte quando arriva la sera preferirei essere per strada, ed avere le forze per correre con qualcuno a perdifiato, persino sotto la pioggia.

Penso al tuo post sulla felicità e mi domando davvero cosa sia, vedendola una questione di fede alla stregue di quel Signore che ora manda quest'acqua della Madonna. Io so che esistono soddisfazione e sintonia, con sé stessi e con gli altri. Chi è uscito di casa per cercare felicità o verità, non è più tornato. Forse non l'ha mai trovata e ancora la cerca, o forse l'ha trovata insieme alla morte.

Io so solo che ho fatto molta strada, che ho i piedi doloranti e puzzolenti, e non vedo l'ora di fermarmi in qualche spiaggia per un bel po' di tempo, a trastullarmi tra sole, sabbia e onde. Eppure, più ci penso e più finisco per chinarmi, stringermi i lacci e scattare ancora.

Non so se quella spiaggia la vedrò a breve, ma di buono c'è che questo muovermi mi porta oggi incontro ad alcune persone interessanti, e chissà, domani mi porterà perfino da te. Per cui metti la birra in fresco. Non si sa mai.


lunedì 19 novembre 2012

Il viandante sul mare di nebbia

Quando ho cominciato questo percorso, conoscevo all'incirca l'immagine di ciò che avrei voluto trovare alla fine, o almeno la meta esatta che avrei desiderato raggiungere.
Però, di quella strada mi mancava tutto il resto, persino il primo metro per muovere il primo passo. Così me ne stavo lì, immobile, con un piede a terra e l'altro in aria. Stroncato, paralizzato nel mezzo del movimento, con la borsa penzolante nel vuoto, le mani in tasca e lo sguardo perso a guardarmi intorno, cercando di scorgere qualcosa, un segnale qualunque.

Attendevo paziente che una mano divina o una magia nera mi mostrasse anche solo quel maledetto primo metro, se non altro per mettere a terra il piede e riposarmi un po'. D'altronde resistevo e insistevo con tutte le mie forze in quella posizione, perché in fondo sapevo che in un percorso lungo e pieno di insidie, la parte più difficile restava comunque quel primo piede più avanti dell'altro, quel minimo colpo d'aria contro la mia fronte e spostamento di cielo sopra la mia testa.

Poi accadde.

Mi mossi. Era così tanta la gioia che provai subito un altro passo, e poi un terzo, e poi un altro ancora. Prima che me ne rendessi conto, avevo già fatto tanta strada da voltarmi e non credere a quello che vedevo. 
Ogni giorno la strada verso l'immagine sognata era più facile, e sebbene mi rendessi conto che il sentiero era ancora lunghissimo, tanto da non vederne nemmeno la metà, andavo avanti con passo spedito, senza lesinare energie, convinto che avrei presto raggiunto lo scopo. Il terreno procedeva sotto di me con invidiabile velocità, e i miei passi lo coprivano e lo superavano tanto agilmente che a volte la strada pareva in discesa. Altre volte mi sembravo un treno a vapore, così lanciato da non temere alcuna salita, tanto che persino i dossi e gli altri ostacoli lungo i binari non destavano in me la minima preoccupazione, dal momento che sapevo di arrivarci così veloce da poterli quasi saltare.

Ma qualcosa cambiò. Quel viaggio sicuro mise nel mio orecchio la pulce del cambiamento, della sfida. Così scelsi di cambiare strada, di provarne di nuove. 

Così ho trascorso questi ultimi tempi e chilometri a provare sentieri più impervi, sfidando salite che mi apparivano insormontabili. Non sempre riuscivo, ma ogni volta mi rialzavo più testardo di prima. Forse fu questo il mio segreto, quella natura sepciale che mi permise di guardare il mondo da cime che sapevo irraggiungibili, e di dormire sul fondo dell'acqua per notti senza risalire a prendere fiato, in certi momenti riuscendo persino a respirare.  

Solo dopo mi accorsi, però, che avevo perso di vista ciò che inseguivo, l'immagine che aveva messo in me in moto il primo dei passi e quindi ogni altra cosa. 

Non avevo più un orizzonte da seguire, né una direzione da prendere. Ero in cima ad una altissima vetta, ma non esisteva alcun panorama. Come un viandante su un mare di nebbia, ero nuovamente immobile, stavolta di fronte al paesaggio confuso che la troppa polvere dei miei scellerati e veloci passi avevano alzato. Non era in vista neppure una semplice strada per scendere. Dovevo attendere in solitudine e al freddo, proprio allora che di colpo sentivo il peso degli anni passati ma fino ad allora ignorati.

Così presi un blocco di carta, finito in fondo alla borsa, e cominciai a disegnare le cime e la nebbia, immaginando la strada, in attesa che un raggio di sole filtrasse ad illuminarla, o che gli occhi imparassero di nuovo a vedere le cose nel buio.

venerdì 24 agosto 2012

L'altra stanza

Stavolta la storia è diversa. Stavolta non ero più un verginello in visita al suo primo appartamento della sua vita. Stavolta ne avevo già visto uno, e mi sentivo sicurissimo. Tanto più che la zona era la stessa, e ormai io ero un esperto, di Colli Albani.

Sapevo già che uscito dalla metro sarei passato per la caffetteria, che poi salendo mi sarei trovato un fruttivendolo sulla destra, una farmacia sulla sinistra fino a sfociare al grande incrocio, presidiato dalla filiale dell'Unicredit, che già ospitava i miei soldi da qualche parte, in qualche modo.

Questa volta mi sentivo così sicuro che ho deciso di giocarmi i 10 minuti nemmeno di anticipo facendo una passeggiata lì intorno. Con mia grande sorpresa, mi sono ritrovato in una piazza dall'aria familiare dove avevo mangiato un panino anni fa durante una sosta in bici, e lì vicino ho riconosciuto la chiesa in cui ho assistito al funerale del padre di un ragazzo che conosco.

Sì, ok, ma la stanza?

Ci arrivo subito, anzi, ci sono arrivato subito. Ho spaccato il minuto e ho stretto la mano del tipo che al telefono il padrone mi aveva detto mi avrebbe ricevuto. Pino.
Un tipo troppo vecchio.
Dico esagerando, eh, per carità. Ma avrà avuto almeno 35-40 anni, e io un coinquilino così proprio non me lo aspettavo. La prima domanda che gli ho fatto è stata "e gli altri ragazzi quanti anni hanno?". Mi ha detto "più o meno 30", e per me è stato un bel respiro di sollievo.

La casa era piuttosto buia e anche un po' vecchiotta. Passando lungo il corridoio ho notato due farfalle appoggiate sulle pareti e poi sono sbucato in cucina. "Io la bici la metto dietro la porta", mi ha detto Pino, "però visto che tu hai la stanza grande puoi metterla in camera tua". La cucina aveva un balconcino stretto stretto, che in pratica toccava il tetto calpestabile di un grosso stabile su cui affacciava. Tra il tetto e il valcone ci sarà stato un metro nemmeno. Ho pensato "sai qui che furti? Io qui verrei a rubare alla grande, se fossi un ladro".
Poi siamo andati nella stanza, molto ampia, e Pino mi ha spiegato come funzionava. "4 uomini e 1 bagno" mi ha detto, ed io ho pensato a 4 matrimoni e 1 funerale. Pino mi ha detto che lui si sveglia alle sei e mezza per andare a lavoro, quindi alle undici massimo va a nanna. "Siamo molto tranquilli", ha sottolineato. "Ottimo, anche io sono un tipo tranquillo", ho sentito il bisogno di sottolineare io.
"Di solito non ospitiamo. Ospitare vuol dire che la persona che inviti trascorre la notte in casa. Ma tu risiedi a Roma, ovviamente non hai di questi problemi".

Io non credo alle vibrazioni, ma credete voi a me se vi dico che in quel preciso istante mi è comparso davanti agli occhi il puzzle dell'uomo serio, triste, in là con gli anni e - diciamocelo - pesantino, mio coinquilino nell'appartamento buio, vecchiotto e ideale per essere svaligiato.

"No, Pino. Io sono un tipo tranquillo e affidabile. Ma sono qui per vivere. Sono qui per cominciare qualcosa che inonderà di luce la notte, che sarà fuoco e fiamme, che potrebbe bruciare queste pareti e accecare i tuoi occhi. Sto parlando di creare, di ridere, di non avere paura. Di nulla."

Questo ho pensato di dirgli.

Ma poi gli ho stretto la mano, l'ho ringraziato molto e gli ho detto semplicemente che magari ci saremmo risentiti.

mercoledì 22 agosto 2012

La stanza

Ricordati di chiedergli del contratto, ricordati di chiedergli del contratto.


Oggi ho visitato il mio primo appartamento. Sto cercando una stanza per me, per la prima volta nella mia vita.

Ho visitato il primo appartamento e conosciuto il mio primo potenziale coinquilino, Alessandro. In realtà ci sarebbe anche una ragazza, ma è ancora in ferie. Alessandro lavora nel campo della comunicazione online, proprio come me. Sara, l'altra ragazza, lo stesso.

Strano incontrare uno sconosciuto, in un ambiente che lui è familiare mentre per te è estraneo, e notare che tutto fila liscio. Strano, specie se pensi a quanta importanza ha, per te, un momento del genere. Cazzo, andarsene di casa dopo la bellezza di 28 anni, almeno 15 dei quali passati a sperare che arrivasse un giorno del genere.
No, non è un semplice incontro, quello in via delle Cave.

La casa è un po' vecchiotta, ma la stanza è abbastanza spaziosa e ci sta tutto quello che serve. Un comò, una scrivania, un armadio, un letto matrimoniale composto da due singoli attaccati e una libreria altissima e piena di scaffali. L'attuale inquilino usa i ripiani più in basso come scarpiera.
L'attuale inquilino, che al momento non c'è, lascerà la stanza entro fine agosto per trasferirsi a Firenze per lavoro. Non ho capito se sia il suo lavoro, ma è un artista. Un pittore. Entrando nell'appartamento ho notato che alla parete di sinistra sono appoggiate tantissime tele. Saranno una ventina, se non di più.

Non ho mai creduto alle storie dei fantasmi che infestano le case dove le persone sono morte, ma all'improvviso mi chiedo se prendere la stanza di un pittore posso avere un qualche risvolto per uno che vuole scrivere.
Storie.

giovedì 26 luglio 2012

Dati di accesso per la risintonizzare la vita

La verità non è, come piace pensare a moltissime persone al mondo e a te per primo, che il mondo ce l'ha con te. La verità è che non può sempre dirti bene.

La verità è che se per esempio crei 50 siti e sitarelli web, e non ti segni i dati di accesso e le password per bene almeno una volta, poi per forza finisce che un giorno non riesci più ad entrare in un sito.

Ma la verità è che sei così dotato, e soprattutto così sculato, che poi alla fine quel dato salta fuori. No, non perché te lo ricordi, perché hai provato a inserire più di trenta combinazioni diverse tra username e password e non ne hai azzeccata una. No, il fatto è che l'hai scritta, l'hai scritta in uno di quei 47 fogli su cui, cercando quel dato, ti sei accorto di aver scritto e riscritto il progetto del sito. L'hai scritta su uno dei 126 tra fogli e foglietti che hai dovuto riguardare uno ad uno dopo aver svuotato la borsa, appallottolando progetti mai decollati e salvando poesie, frasi d'amore e fogli da poter ancora usare per la brutta. Lo hai fatto senza essere sicuro che avrebbe portato allo scopo, ma certo del fatto che era intelligente, che sarebbe stato utile e che ti avrebbe fatto bene.

Alla fine era lì. Quella password che a guardarla ti viene da ridere per quanto è ovvia, innocente, colpevole solo di essere stata concepita in un giorno in cui i genitori hanno desiderato giocare a cambiare la vita per un po', immaginandosela diversa, come a volte accade nei momenti in cui si ha tra le mani uno dei progetti più preziosi tra quelli custoditi nel cuore. Ecco, quel momento è stato così raro e prezioso, così fuori dalla linea del tempo comune, che un istante dopo che era finito non c'era già più modo alcuno di riacciuffarlo con le mani, o di risintonizzarlo col pensiero.

Ma almeno certe cose si salvano, sebbene all'ultimo. Altre, loro pari per la bellezza assoluta dell'istante in cui nascono, muoiono senza che ce ne rendiamo conto, e spariscono - chissà -  per sempre dall'orizzonte che andando avanti fissiamo senza mai raggiungerlo.

mercoledì 18 luglio 2012

In gola

Stamattina è successa una cosa diversa.

Camminavo verso la metro per andare a lavoro e ho visto, una trentina di metri davanti a me, due ruote di bicicletta spuntare in prospettiva (la strada era in salita) da sotto una macchina. Avvicinandomi, dacché si trovava lungo la mia traiettoria, ho visto che c'erano anche un uomo e una bambina.

L'uomo stava in piedi al lato della bicicletta e stava dicendo alla bambina, seduta di traverso sulla canna, dove reggersi. La bambina, all'incirca di 4 anni circa, aveva indosso un vestitino rosa, sandaletti dello stesso colore e capelli raccolti in una piccola e simpatica coda. Portava una vistosa benda bianca su un occhio, ma l'altro era bello per tre.


Seguendo le indicazioni del papà, la bambina ha poggiato una mano al centro del manubrio. Poi è salito anche lui. "Una mano lì e una intorno a papà". Così le ha detto.

Ed è stato proprio in quel momento che io sono arrivato davanti a loro, e l'ho superati. E in quei due-tre secondi in cui li ho avuti più vicini che mai, mentre il papà saliva sulla bici con attenzione per restare in equilibrio e non far cadere la figlia, ho sentito la bimba chiedergli "Ma poi ce la fai a pedalare?".

E mi è venuto da piangere.



martedì 17 luglio 2012

Sensazioni indeterminate

Oppure - fate voi - indeterminabili.

Chiudere gli occhi per ascoltare la pancia, lo stomaco, il sangue. Non sentire apparentemente nulla di nuovo o di strano. Riaprire gli occhi e accendere la mente. La prima cosa evidente è che sono solo, nel senso che non c'è nessuno qui intorno a me. Non saprei dire la sensazione: è la prima volta che firmo un contratto a tempo indeterminato nella mia vita e non ho termini di paragone.

Eppure sentirsi un po' in stand-by, oltre che solo. E si sa, in certe situzioni non è che ti ci ritrovi, ma ti ci metti. Dovrei essere più felice, o almeno soddisfatto. Lo sono, per carità, ma la cosa più soddisfacente di oggi - devo ammetterlo - è un pezzo che ho scritto poco fa, mentre ero nella vasca da bagno e ho pensato di provare a scoprire l'effetto di affogare la pelle.

Ecco com'è la vita: partire per scrivere qualcosa, finire per scriverne un'altra che ci piace di più. E poi ricominciare da zero - di nuovo - a scrivere quello che volevamo scrivere la prima volta.

domenica 8 luglio 2012

Open your eyes

Non si tratta di guardare "con gli occhi dell'amore". Non bisogna certo arrivare ad esssere innamorati, per trovarsi nella situazione di non accorgersi di tutto quello che accade. È come fissare un punto solo, magari all'orizzonte e piuttosto lontano, e andare in quella direzione senza notare che ai lati e tutt'intorno succedono tante altre cose, alcune delle quali ti riguardano e persino giocherebbero - se solo le degnassi di uno sguardo - un ruolo fondamentale nei confronti del tuo determinato viaggio verso quel punto.


Sarebbe facile non pesarci. Basterebbe chiudere gli occhi e andare avanti, oppure tenerli aperti, ma fissi sui tuoi occhi tanto chiari e sul tuo sorriso interessante. Basterebbe concentrarsi sul tuo animo d'artista, sul tuo stile sciolto e alla mano. 

Eppure, forse perché stavolta sono fortunato, riesco a vedere anche altro. Vedo che rispondi lentamente ai messaggi che ti scrivo, ad esempio, e che sei decisamente di poche parole. Vedo questo e non riesco a far finta di niente. Mi basta così. 

Se tenere alta la guardia è un lavoro difficile, mettere i puntini dopo aver notato le "i" è addirittura sfiancante. Ma non credo sia solo la pigrizia, la voglia di non faticare. Nel mio caso è piuttosto la paura della delusione, che muove il meccanismo della cecità, dello slancio eroico-amoroso a prescindere. 

E che Dio mi mandi la vista per vedere e la forza per agire anche la prossima volta.

E tu?

martedì 3 luglio 2012

Rotaie in lungo e in largo

Proverò a ricordare giugno come il mese dei viaggi in treno. In realtà ci sono stati altri periodi, nella mia vita, in cui ho viaggiato di più, ma il tragitto era sempre lo stesso ed era più breve.



Ho sempre amato viaggiare in treno. Riesco a leggere e/o scrivere senza che mi salgano i conati di vomito come in macchina, posso guardare il paesaggio da un vetro più grande, posso viaggiare in compagnia di altre persone (il che non costituisce di per sé un aspetto automaticamente positivo). Sul treno le storie dei passeggeri si mischiano, laddove qualcuno parla a voce alta al telefono, o una mamma intima il suo piccolo bambino di stare buono "che se no ti pisto". Magari seduto vicino c'è un uomo tanto grasso e col respiro così forte che ti sembra affannato anche se è calmo, pacioso e si sta quasi per addormentare. Qualcuno gioca col tablet, qualcuno legge un libro, qualcuno sente la telecronaca della partita alla radio, ma col cellulare.

Poi il treno si ferma, e allora dopo cinque minuti gli sguardi dei passeggeri cominciano a incrociarsi. L'ipotesi si una coincidenza nel cuore della maremma toscana (o maiala) sembra improbabile. Persone prendono lo smartphone e chiamano i parenti, altre vanno su facebbook per chiedere aiuto agli amici o per bestemmiare.

Altre volte il treno parte dalla stazione e va tutto liscio fino all'arrivo, senza soste impreviste, aria condizionata a temperatura perfetta, e allora una futura sposa offre a tutto il vagone un bicchiere di spumante con patatine, con addosso quegli occhiali da sole che stuzzicano la tua fantasia su una storia di spie, di trappole e di seducenti intrighi internazionali.

Il treno ti accompagna verso l'avventura e poi ti riporta a casa. L'importante è avere il biglietto. Obliterato.

giovedì 28 giugno 2012

Periodi

In certi periodi non ti basta un mese per incontrare la sera tutte le persone con cui vorresti fare due chiacchiere.

In certi periodi - almeno ora l'hai capito e ci riesci - ti godi il momento perché non sai quando ce ne sarà un altro.

In certi periodi, la mattina esci di casa con una poesia da continuare su un foglio, e rientri molte ore più tardi senza aver aggiunto nemmeno una virgola, o un punto.


martedì 19 giugno 2012

Strada verso domani

La verità è che una scelta, fatta, da fare o subita, ci sembra sempre portatrice di un cambiamento drastico, assoluto.

Ora ipotizziamo che un figlio prenda una decisione importante riguardo alla propria vita. Ovviamente, una decisione dalla portata significativa avrà delle riflessioni sulle persone che sono più vicine, tra cui i suoi genitori.

Ed è normale, al di là delle proprie convinzioni basate su principi diversi, frutto anche di vite trascorse in momenti diversi, che un figlio che va via metta paura. Paura di restare soli, credo, innanzitutto. Ma anche paura, immediatamente derivante dalla precedente, di essere più obbligati che mai a guardare la realtà, la propria realtà e i propri problemi. Avere qualcuno vicino, in fondo, ha anche l'innegabile vantaggio di poter "giocare a preoccuparsi dell'altro", di potersi dedicare a rinforzare le sue debolezze, ad assisterlo, dimenticandosi di fare altrettanto con sé stessi. Quando questo qualcuno va via, anche se al momento dell'annuncio della decisione può sembrare che si aper sempre e non sempre è davvero così, cresce il rischio di ritrovarsi soli in casa e incappare nello specchio.

Il tempo sembra di colpo finito, e la paura di non averne a disposizione per redimersi fa sbocciare all'istante il seme dell'incertezza nel cuore.

Rinnovare la tessera quotidiana del club dei genitori esemplari delusi e pugnalati alle spalle non è e non può essere d'ostacolo a chi ha già da tempo svelato il gioco nascosto, scoprendo suo malgrado, al momento della scoperta, di esserne stato vittima egli in primis per anni.

Fare la guerra, laddove al limite ci sarebbe bisogno di appoggio, appare chiaramente come un ostacolo. Un ostacolo che, a pensarci bene, è l'ostacolo che si sta abbandonando per "correr miglior acque". Il pretendere che in età più che matura si debba avere qualcosa indietro, così, di colpo, al momento della partenza del giovane alla scoperta di ciò che egli sogna da anni, è il più immorale ed immonde dei capricci. Perché perseguendo i suoi desideri, solcando la strada che egli vuole percorrere, il giovane deve già affrontare il suo faticoso cammino - oggi più che mai - verso il suo futuro e l'età adulta.

lunedì 18 giugno 2012

Non interferire col libero arbitrio

Non possiedo l'ardire di avere aspettative su di te, non stavolta.

Una parte di me vorrebbe, vorrebbe correrti incontro e conquistarti per determinazione, o correrti dietro e raccoglierti dopo aver fiaccato la tua fuga. L'altra parte, però, sogna qualcosa di più spontaneo. Vuole che sia tu stessa a venirmi incontro mentre io mi avvicino. Vuole che tu, quando e se ci sarai, sia te stessa. Questa parte non ha pretese di felicità nei tuoi confronti, ma vorrebbe almeno rinnovare l'immagine del tuo viso nei miei occhi.
E tu, lo vuoi?

Odiosa regola del non interferire più d'una volta col libero arbitrio.

sabato 9 giugno 2012

I ricordi più belli di una vita passata che hanno fatto quella di adesso

Non c'erano dubbi che un pomeriggio e una serata del genere, tra asfalto e vento sul viso, risvegliassero anche un po' d'anima.

Succede quando buche, sanpietrini e tombini ti scuotono, quando il manto liscio della strada ti sussurra di spingere, di andare più forte. Quelle due nuove ruote hanno il potere di ridarti in un'attimo tutta la vita leggera che hai lasciato alle spalle, a terra, sgonfia come le altre due ruote: bucate, indurite e così consumate da non valere la pena di pomparci ancora aria.

Smontare la bicicletta che ti ha accompagnato per 15 anni non è facile. Mentre è sottosopra, per togliere le ruote, puoi vederci tutte le rughe di ruggine, tutti i graffi, tutto il fango e lo sporco divino che ha preso per te. Siete andati veloci, siete andati per terra, ma vi siete sempre rialzati.

Ora non sarà più così. È il destino comune delle cose della vita, prima o poi una nuova prende il posto di una vecchia, scalzandola dai tuoi giorni. Ma la maglietta tolta pedalando senza mani, la bottigliata presa sul viso una notte di luglio, quel piccolo grande viaggio verso la città e quel salvataggio dal campo rom...le emozioni insomma, restano impresse lì nel profondo, nei ricordi più belli di una vita passata che hanno fatto quella di adesso. E che non possono essere scalzati.


mercoledì 18 aprile 2012

Viaggiare leggero

Come un grido inascoltato che non è caduto nel vuoto, ma ha lasciato un'eco tanto forte da non far passare più alcun rumore.

C'è anche lo stomaco a tenermi sveglio, a darmi quel segno che ormai devo prendermi cura di me, scollarmi di dosso altre croste di vecchie ferite che vanno imputridendosi sulla nuova pelle.

Ho sempre pensato che avessi bisogno di viaggiare leggero, ma poi uno comincia a mettere dentro qualcos'altro e di lì a breve ti accorgi che fare le scale, camminare e abbracciare ti costano ben più lavoro del solito. Immagina quanto possono tornare impossibili i sogni, quando già la realtà scorre a fatica oltre le spalle.

E non c'è sangue, ma fluidi verdi di battaglie intestine che combatto in continuazione, cercando di scamparla ogni giorno. Cellule che soffrono, sommerse dal grasso, dal nutrimento del capriccio, del di più, di tutto ciò di cui non solo vorrei, ma dovrei fare a meno.

Fare i signori è un conto. Farlo con pochi spicci in tasca può durare il tempo di una sera da fiaba, poi basta.

martedì 3 aprile 2012

Spiazzato

Avere una vita spezzata su due blog non è facile, ma una nuova difficoltà, prima sconosciuta, si è aggiunta a quelle già note.
Si tratta della sorpresa nel rileggere cose scritte anni fa (a dire la verità nemmeno troppi). E non si tratta solo delle parole che ho usato, che capisco possano suonare diverse o troppo legate a fatti specifici di quel periodo che ora non ricordo immediatamente, ma che devo ricostruire. No, la vera sorpresa sta nei commenti ricevuti.

Altre volte mi sono ritrovato a dire che, per chi come me vive senza guardare mai troppo il calendario (né avanti, né indietro, né il giorno stesso), la giusta impronta della vita la fanno le emozioni e l'amore, che piantano quei momenti nel profondo della memoria con picchetti di pianto o risate, o abbracci, o baci, o altro.

Eppure oggi mi capita di ritrovare un post che parla di amore e mi trovo sorpreso, immobile, spiazzato. Leggo e rileggo un paio di volte, ma rintraccio solo il senso generale. Il commento in fondo, poi, mi getta definitivamente nell'oscurità. Non mi bastano due minuti di indagine per ricostruire quello che credevo dovessi avvertire, capire e sentire a prima vista. Chi è la Lei del commento? Chi ero io nel novembre 2008? Era davvero Lei, o forse era un'altra?

E il fatto che in questo post così estraneo si parli del tempo, be' questa è una delle più apprezzabili ironie della sorte.

Ti lascio con il post, letture sventurato.

-------novembre 2008
Tempo al tempo, ora sì. 

È passato un anno, qualcosa di più, e oggi mi sento significativamente diverso rispetto ad a quei giorni.
Ho raggiunto nuove vette, ho visto passare altra acqua sotto i ponti, e mi sono scoperto cambiato.
Non molto, ma almeno un po'. Quel po' che pure è tanto, lo sento. E tra i tanti nuovi amori, per le molte nuove cose, non posso e non voglio negare che, sempre da poco più di un anno a questa parte, ci sei tu: impossibile che in un certo qual modo tu non ne sia responsabile.
E per questo ti ringrazio, dal profondo del mio cuore.


Tempo fa dissi che avevo già avuto la storia più importante, che sapevo tale perché mi aveva cambiato moltissimo. Non sbagliavo.
Sbaglierei oggi, però, se non dicessi che la nostra ha saputo cambiarmi allo stesso modo.


E non è per i problemi, che c'erano ieri, ci sono oggi, e spero ci siano anche domani, ma per il mio modo di risolverli, che è cambiato. E perché la maggior parte sono problemi da adulto, e di questo non posso che essere felice. Sono problemi da uomo, ma questo non vuol certo dire che io lo sia. Resto una via di mezzo, coi miei momenti saggi e quelli più infantili; certo più consapevoli.
Diciamo uomo e ragazzo, un po' più uomo, un po' meno ragazzo. 

commento:
[Anonimo] e io ti amo mio piccolo, grande uomo ragazzo.